Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.
Produzione belga dalla sceneggiatura piuttosto sfruttata: la ricchissima e piacente famiglia piena di problemi e l'altra povera e bistrattata, le cui vite saranno inevitabilmente destinate a incrociarsi tra moltissimi vizi e ben poche virtù. Adatta sia a un pubblico giovane che più maturo, la serie ha senz'altro il merito di essere narrata discretamente e in modo scorrevole (meglio la prima stagione della seconda, più loffa). Anche i protagonisti risultano credibili nelle rispettive interpretazioni. Non mancano i cliché, difficilmente evitabili in personaggi di questo genere.
Altra storia in cui c'è lo zampino di Ed e Lorraine Warren e quindi ritenuta "vera", come da locandina. Quanto lo sia comunque poco cambia; la messa in scena è elegante, la casa utilizzata trasmette davvero inquietudine e il protagonista (Gallner, il Joel di Smile 1 e 2) è molto credibile, almeno se escludiamo il pomposo finale. Vero è che il ragazzo reale (non si chiama Matt ma Philip Snedeker) è sopravvissuto davvero al cancro e oggi ha quattro figli. L'uso limitato del digitale è positivo, trucchi ed effetti visivi sui corpi ottimi, bel montaggio. Non molto originale ma piacevole.
Film di esordio al cinema dei Sansoni che punta il dito sulle raccomandazioni e sulla precarietà lavorativa dei giovani d'oggi. I due fratelli sono complementari e sanno regalare battute simpatiche e mai volgari. Bene il cast di contorno con una deliziosa Minaccioni devota alla Madonna di Medjugorje, una perfida Finocchiaro come politica e una Sardo nonna da antologia. La Pantano resta invece più in ombra. Buona la fotografia grazie ai paesaggi da cartolina. La regia di Calvaruso detta un certo ritmo. Piacevole.
Miniserie che in modo originale approccia le conseguenze che il bullismo, sia quello fisico sia quello portato avanti sui social, ha sul mondo adolescenziale, così evidenziando una generazione fragile, inconsapevole delle conseguenze delle proprie azioni e chiusa al confronto intergenerazionale. Notevoli i dialoghi, l’interpretazione del cast, in particolare il giovane imputato e la scelta del piano sequenza come mezzo narrativo.
Storia curiosa, simpatica e originale: ci immerge nel clima del Bhutan alla vigilia delle prime elezioni elettorali mai svolte in quel paese. Il ritmo è lento, forse un po' troppo, ma la pellicola riesce comunque a intrattenere grazie a una sceneggiatura ben sviluppata. Siamo dalle parti della "favola" (e infatti il brutto titolo italiano tende a rievocarla), comunque realizzata intelligentemente, che ci consente di "entrare" in un mondo distantissimo dalla nostra mentalità occidentale. Bravi gli interpreti.
Film con alti e bassi. Si nota da subito che è un low budget anche se sullo splatter non si è fatta davvero economia. Tanti i difetti, tra i quali si fanno notare scene ripetute (l'infermiera che si becca il sangue in faccia senza fiatare, le due operazioni identiche a inizio e fine film) e alcune incongruenze (la iniezione con siringone all'amica ferita fatta da persone senza esperienza). Finale non troppo lineare. Comunque un'occhiatina la merita.
In quel giorno infausto del 1972, quando l'organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero, durante le Olimpiadi di Monaco, assaltò gli alloggi degli atleti israeliani uccidendone due e prendendone nove come ostaggi, si cambiò davvero la storia della televisione. L'emittente americana ABC, che per la prima volta mandava in onda via satellite, in tutto il mondo, le dirette delle gare, fu la prima involontaria testimone di uno dei troppi capitoli che compongono la storia del conflitto tra Israele e Palestina.
All'interno di uno spazio ricavato in una delle...Leggi tutto palazzine del villaggio olimpico, gli operatori televisivi sono indaffarati, lavorano fino a notte inoltrata, quando improvvisamente qualcuno ode degli spari. Forse solo una sensazione, si dice, ma il passo da qui al rendersi conto che qualcosa di gravissimo sta accadendo è breve. E così tutta l'attenzione (o quasi) viene rivolta dal fatto alla cronaca: i sequestratori pretendono, per lo scambio, la liberazione di duecento palestinesi, e la polizia tedesca, impreparata a un'azione del genere, convinta com'era che bisognasse trasmettere l'idea di una Germania fortemente demilitarizzata rispetto al passato, si trova alle prese con un dramma difficilissimo da gestire. Ma tutto questo resta fuori, perché l'intero evento viene vissuto da dentro le sale affollate di monitor e lavoranti da cui l'ABC trasmette. Se ne esce solo "virtualmente", attraverso gli schermi che restituiscono le immagini "documentaristiche" a commento di ciò che accade in un altrove che appare incredibilmente lontano, senza che si riescano ad avere notizie certe di quanto sta realmente accadendo.
Attraverso filmati d'archivio riviviamo quelle ore tremende, quando l'impresa leggendaria del nuotatore statunitense Mark Spitz (sette medaglie d'oro!) venne offuscata dalla tragedia in atto, dalle riprese in bianco e nero che mostravano l'assalto degli attentatori, il passaggio verso l'autobus in direzione aeroporto. Difficile procedere tutti in un'unica direzione, all'ABC, e i contrasti non possono mancare. Per quanto Geoffrey Mason (Magaro), a capo della sala controllo, mostri di saper gestire con mano salda l'enorme mole di informazioni che proviene da ogni direzione, il presidente (Sarsgaard) e il responsabile (Chaplin) fin dall'inizio battibeccano mantenendo comunque un lucido self control.
Bravo il regista a non permettere che nessuno salga sopra le righe mantenendo un'encomiabile misura che si sposa con la credibilità, aiutato da un cast impeccabile. Si ripercorrono le fasi che scandirono l'agguato e le azioni conseguenti, che tuttavia vengono filtrate dalle preoccupazioni di chi ha sulle spalle un'intera trasmissione seguita da milioni di telespettatori. Chi volesse capire meglio cosa davvero accadde in quelle ore concitate potrebbe dare un occhio per esempio a 21 ORE A MONACO, il film che per primo (a quattro anni dal massacro) ricostruì la vicenda, mentre per comprendere quale fu la conseguente reazione di Israele si rimanda al notevolissimo MUNICH di Spielberg.
Qui i ritmi sono più compassati, la concitazione è trattenuta e anche il coinvolgimento non è straordinario, nonostante il buon lavoro in regia di Tim Fehlbaum. Il film ci porta a conoscere le stratificate dinamiche interne a uno studio televisivo, con la figura dell'interprete tedesca (Benesch) chiamata a rappresentare con intelligenza i sentimenti di enorme preoccupazione del suo paese, di nuovo legato a una strage ebraica sul proprio territorio. Un'opera storicamente di rilievo, ben orchestrata anche se talora un po' piatta e che procede per momenti chiave (l'annuncio illusorio della liberazione degli ostaggi) faticando a rendere interessanti le fasi che li raccordano, con un'inevitabile sensazione claustrofobica causata dalla location unica.
Ricavato liberamente dall'omonima serie televisiva di metà Anni Ottanta, il film di Steve McQueen riconferma l'impostazione caotica tipica del regista, che ama giocare col non detto e le trame particolarmente intricate da svelare passo passo. Se qui la base potrebbe ricordare l'heist movie, in realtà la rapina vera e propria occupa uno spazio decisamente minore, rispetto a quello richiesto dal genere, scegliendo di approfondire di più i caratteri e allargando la storia ad altro. Nello specifico l'elezione a sindaco di Chicago per cui si scontrano Jack Mulligan...Leggi tutto (Farrell), figlio di un politico di lungo corso (Duvall), e l'emergente Jamal Manning (Henry), uomo dal passato (e dal presente) non certo immacolato e che da poco si è visto fregare due milioni di dollari dalla banda di Harry Rawlins (Neeson) durante un'azione finita per i rapinatori in modo rovinoso, con agguato della polizia ed esplosione ammazzatutti.
Dalla circostanza di cui sopra “nascono” le vedove, a cominciare da Veronica Rawlins (Davis), la classica donna con gli attributi alla quale Manning chiede sfacciatamente la restituzione dei due milioni rubatigli dal marito. Per trovarli, Veronica ricorre agli appunti lasciati da Harry, che pianificava il furto di cinque milioni dalla cassaforte di casa Mulligan. Due li deve, tre ne dovrebbero restare; perfetti per essere divisi insieme alle altre due vedove della banda: la scafata Linda Perelli (Rodriguez) e la splendida, longilinea Alice Gunner (Debicki), pure loro lasciate in condizioni finanziariamente non ottimali dai mariti defunti. Non si pensi però che la rapina si organizzi da subito. C'è tempo per far capire la ferocia di Jamal e soprattutto del suo spietato fratello Jatemme (Kaluuya), la corruzione negli ambienti della famiglia Mulligan; e poi via a qualche flashback con Veronica ed Harry che amoreggiano, alla morte del loro figlio Marcus (in circostanze che saranno tutte da chiarire) e molto altro.
Ciò che preme a McQueen è far capire come - more solito - tra tanti personaggi non se ne salvi quasi nessuno: ambigui, cinici, spietati, collerici... ce n'è per tutti i gusti, l'importante è che si rimesti nel marcio della società statunitense arrivando a colpire ogni classe sociale e razza, indistintamente. La storia è congegnata bene, avrebbe le basi per arrivare anche a sorprendere (relativamente) con due o tre colpi di scena discretamente piazzati, ma è difficile provare simpatia per le tre protagoniste, umanamente fredde e a tratti irritanti. Così come lo sono i due candidati sindaci e le loro famiglie, beninteso.
Che poi il lavoro di McQueen fosse ottimo dal punto di vista estetico era scontato: fotografia di gran pregio, colonna sonora intensa, movimenti di macchina impeccabili... Ciononostante qualcosa non torna e il film non riesce a emergere come vorrebbe, prigioniero di un maledettismo programmatico di maniera, facce torve che sono sempre le stesse, una recitazione monotona con l'eccezione - forse - della Debicki, cui spetta il personaggio meno scontato (soprattutto nelle sue esperienze da escort e per un carattere fondamentalmente indeciso). Formalmente l'operato di McQueen non presta il fianco a critiche, ma è come se al film mancasse un'anima sincera, autentica...
Da sempre innamorato di Pirandello, Placido porta questa volta su grande schermo (dopo svariati “incontri” teatrali) non un'opera ma l'uomo, lo scrittore, il grande letterato che vediamo correre in treno verso Stoccolma nel 1934, dove dovrà essere premiato con il Nobel. Un viaggio durante il quale, come fantasmi di tempi passati, si affacciano i ricordi di alcuni importanti momenti della sua vita. Placido (che per sé si ritaglia la marginale figura di Saul Colin, l'agente letterario del Maestro) divide quindi il suo film in tronconi temporali separati, lasciati...Leggi tutto e ripresi in quello che diventa il caratteristico frullato cronologico al quale il cinema di oggi sembra non poter rinunciare.
Dal 1934 si torna così indietro al 1925, quando Pirandello conobbe colei che ha appena definito la sua musa ispiratrice ovvero Marta Abba (Vincenti), attrice capace di conquistarlo immediatamente fin dal primo provino. Con lei vivrà un amore impossibile, castrato da una differenza d'età che scatenerà nello scrittore una triste depressione, rendendolo conscio dei limiti fisici di un uomo nel cui petto ancora batte forte un cuore giovane. Poi un tuffo ancora più indietro, nel 1918, quando in casa con lui e i figli viveva la moglie Antonietta Portulano (Bruni Tedeschi), afflitta da una grave malattia mentale che l'avrebbe condotta nel 1919 in clinica.
Marito lontano, padre quasi assente, Pirandello (al quale Fabrizio Bentivoglio conferisce straordinaria teatralità nei modi) proseguirà la sua vita tra grandi successi ma anche inattesi fallimenti, come quando dopo la prima al Teatro Valle di Roma di "Sei personaggi in cerca d'autore", testo troppo coraggioso e inadeguato al pubblico impreparato di allora, venne sommerso dai fischi; o la trasferta in Germania per parlare con Friedrich Murnau ("il regista di NOSFERATU!") in vista di una riduzione cinematografica da una sua opera, sognando di portare Marta Abba a concretizzare le sue aspirazioni di grande attrice.
Attraverso una ricostruzione storica non troppo convincente, il film ci riporta in pieno Ventennio (del Fascismo si avverte però l'eco senza che lasci troppo il segno) lasciando che sia la recitazione manierata, eccessiva ma vissuta di Bentivoglio a guidarci nelle varie fasi, assistito da un cast comunque diretto bene che però si appoggia a una sceneggiatura deludente, calligrafica, che non sa mai farsi coinvolgente come si vorrebbe e che non inquadra così bene il personaggio di Pirandello, la cui filosofia di vita poco emerge. Piatto il rapporto col figlio che più lo segue, da autentica spalla quello con la moglie pazza a cui la solita Bruni Tedeschi conferisce impressionante credibilità, assolutamente perfetta nella sua spiazzante imprevedibilità e personaggio cardine che più di ogni altro resta impresso.
Il relazionarsi con situazioni diverse dovrebbe aiutare a variare il registro, ma il tutto spesso si confonde e viene offuscato dall'alone di altezzosa autorialità di un Placido poco ispirato, che lascia all'interpretazione cadenzata, magistrale di Bentivoglio il compito di attrarre su di sé l'attenzione, dimenticando però di calarla in contesti che la possano valorizzare come meriterebbe. Sanno di riempitivo gli show al Club Casanova di Berlino (si segnala però l'esibizione della rediviva Ute Lemper), mentre la colpevole lentezza della conduzione di Placido ricade sulla godibilità del film, raramente piacevole e, quando accade, quasi esclusivamente per merito del cast. Si confronti con la vivace resa dei primi del XX secolo in QUI RIDO IO, dedicato nel 2021 da Mario Martone a Eduardo Scarpetta e ai fratelli De Filippo.
Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA
L'ISPETTORE DERRICK
L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA